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Franco Simone parte dal “suo” Salento per un mini-tour italiano

simSoltanto tre tappe, a partire – domani – da Squinzano, Lecce. In ricordo di un amico che non c’è più. «Il 10 giugno sarebbe stato il compleanno di Enzo De Carlo, il mio batterista», spiega Simone.

ROMA – Franco Simone parte dal Salento, la sua terra, per un mini-tour italiano di tre tappe, e lo fa ricordano un amico che non c’è più. «Il 10 giugno sarebbe stato il compleanno di Enzo De Carlo, il mio batterista. Ci saranno tutti i musicisti che hanno lavorato con lui, i familiari. Era un personaggio straordinario, un pò matto, come tutti i batteristi d’altronde…».
Si parte domani a Squinzano, Lecce, si prosegue il 18 a Montano Antilia (Salerno), si conclude il 26 a Jesolo: alle porte dei 60 anni, Franco Simone non ha perso la voglia di viaggiare per l’Italia e per il mondo. Il «poeta con la chitarra» è appena tornato dal Sud America, fresco del doppio disco di platino ottenuto per il successo di «Grandes Exitos en castellano», raccolta che ha testimoniato ancora una volta la grande popolarità di Simone in America Latina. «Da quelle parti si riesce ancora a fare musica diversa – spiega Simone – Il pubblico ascolta di più, in tv ho cantato perfino un brano religioso. Si riesce a fare musica diversa. È per questo che a me piacciono maestri come Conte, De Gregori, Vecchioni. Io ho suonato anche negli stadi, ma lo stadio deve diventare come il teatro: non mi piace il pubblico distratto, che canta, che applaude durante il pezzo. Basterebbe abituare la gente ad andare a vedere la musica classica. In Italia forse la tv ha insegnato che bisogna sempre urlare». È proprio la televisione la ferita ancora aperta di Franco Simone: lui, che è anche autore televisivo, della sua partecipazione a Music Farm dice che «è l’unica esperienza che rinnego della mia carriera» mentre il recente X-Factor dice che «è stato un programma ottimo, con quel genialoide di Morgan, uno che finalmente ha portato l’onestà intellettuale in televisione, la grande competenza di Mara Maionchi, e soprattutto i tanti talenti scovati, segno tra l’altro di una macchina organizzativa che ha funzionato benissimo»

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